Cos’è il Veneto?

giugno 17, 2009

A forza di rifletterci su, a forza di bestemmiarci su, mi sono promesso di rispondere.
Prendo la macchina e guido ad oltranza, fino a quando la nausea non spinge violentemente il piede destro sul freno.
Città vezzose e ben curate, agghindate a festa perenne, vestite di buon gusto e orgoglio storico. É il Veneto della cultura, della fiera rappresentazione di sè e di un passato da ricordare e tramandare con sincero amor proprio. Il Veneto delle città è il Veneto delle favole e dei miti in cui ci sforziamo di credere, in cui ci piace credere, nei quali ci sentiamo orgogliosamente vivi.
Tutt’intorno, enormi distese di indifferenti e indifferenziate periferie, campagne vestite a surrogati di città, giusto in tempo per dimenticarsi della miseria contadina dalla quale siamo usciti.
Ciclisti e imprenditori geniali che lavorano 18 ore al giorno, esportano tutto in Canada e in Giappone, fanno su e giù dalla Romania, ma non pronunciano parola che non sia in dialetto.
Riempiono e si riempiono di abitazioni che più che rispondere a precise e rispettabili strategie architettoniche, sembrano essere degli stupri ambientali mal riusciti.
Per chi è fortunato, villini bifamiliari con la nonna in soffita e gli attrezzi da lavoro alloggiati clamorosamente in capannine col tetto in amianto, un giardinetto da curare con passione maniacale e una rassicurante vista sul classico mix di statali più o meno trafficate e industriali campi di mais semi transgenici.
Per chi lo è un po’ meno, per chi non è così geniale, la soluzione è accontentarsi dei canonici 90 metri quadri di appartamento in un tranquillo condominio, riproduzione in scala 1:1 della più classica abitazione da periferia urbanizzata.
Vicini di casa extracomunitari da maledire nei giorni pari, vicini di casa comunitari ma rumorosi da maledire in quelli dispari, tasse e assemble condominiali da diluire in più o meno salutari lavoretti manuali la domenica mattina, terrazzini da riempire di piante e piantine nonostante la dichiarata ostilità degli altri abitanti di questo vuoto ma strapieno cubo di cemento.
In comune c’è soltanto il nulla da ricordare, il nulla da sfoggiare, soltanto la silenziosa voglia di amalgamarsi, di mimetizzarsi, di scappare da un passato di cui ci si vergogna.
Capannoni, cartelloni, megastore, pizzerie, mobilifici grandi come aeroporti hanno preso il posto dei campi e delle strade non asfaltate nelle quali siamo cresciuti, dalle quali siamo emersi, dalle quali ci sentiamo finalmente liberi ed emancipati.
Presi dalla nostra rincorsa al successo medio e rassicurante, ci nascondiamo nel traffico e nelle nostre pericolose lotte per l’autonomia e per la sicurezza.
Combattiamo l’altro, ci attacchiamo a ideologie e origini comuni che ci hanno inculcato nella testa, senza renderci conto dell’abile truffa politica di cui siamo consapevoli vittime.
Il Veneto è la patria del successo di tutti, di chi, con fatica e sudore, è emerso miracolosamente dalla povertà e dalla miseria, dimenticando gli esodi e le emigrazioni che adesso disprezziamo e rinneghiamo ferocemente.

Ci sono molti modi per morire.
Mi hai parlato di Auschwitz, del bombardamento aereo a Dresda e dei parenti di tua madre morti sotto le macerie o di quelli di tuo padre in un campo di sterminio.
Diversi modi per andarsene senza far parlare di sè, se non a distanza di decenni.
C’è chi muore un poco alla volta, nell’agonia del silenzio e nell’ipocrisia della notizia. E c’è chi muore in un attimo, in quel fottuto attimo che separa il lampo dal tuono.
Mi hai detto che Auschwitz fu l’annientamento e Hiroshima la lotta all’annientamento.
Ti ho risposto, tenendolo stretto tra me e me, che nonostante Hiroito, i giapponesi erano esseri umani.
Ho aggiunto amaramente che a Hiroshima e a Nagasaki, come a Dresda, c’erano civili, parenti della madre di qualcuno, colleghi del padre di qualcun altro, troppo deboli e sacrificabili di fronte a tecnologie da sperimentare.
Come quando a Bikini, certi bimbi videro avvicinarsi una nube, colorata e affascinante, pensarono fosse un gioco, finchè non caddero i capelli e la pelle si bruciò.
Dicevi che siamo la “generazione della bomba”, noi, voi, i primi ad essere cresciuti con l’angoscia di sapere perfettamente che tutto, noi, voi, tutto può essere cancellato in un attimo, in quel fottuto attimo tra lampo e tuono.
Ho pensato che tutto cambia, sotto ai nostri piedi, che tutto cambia e non può essere affar nostro, che ogni nostro giorno non può essere il giorno adatto per andarsene.
Mi hai risposto con un sorriso e con il silenzio di chi attende con impazienza che quel fottuto attimo se lo porti via una volta per tutte.

Listening to: Kina – Sfoglio i miei giorni